mercoledì 26 giugno 2013

sabato 6 luglio 2013
in occasione del 


la GALLERIA CENTOFIORINI presenta:


Marco Luzi si presenta senza abbellimenti, con un'alzata di spalle imbarazzata per quel che è l'uomo ma deciso a mostrarlo, totalmente, pelle e carne esposte, organi fuori dai corpi, assemblaggi d'arti come dopo una dissezione, secondo suggestioni che forse evocano nudità alla Lucien Freud miste d'inquietudine baconiana (magari anche per quel medesimo procedimento a partire dalle fotografie) ma a progressiva perdita di contesto, come epurate, sterilizzate, tolte della personalità.
Ed il primo esempio d'uomo è certo se stesso: numerosi e notevoli gli autoritratti, schivi, mai diretti, con gli sguardi puntati in basso o di lato, presi come attraverso convessità di specchio, con la schiena o il busto protagonisti, dentro pose da prigioni michelangioleschi che tentano di ritrovare l'articolazione e la libertà del movimento, innaturali perché trattenuti ma immensamente umani e spogli di difese. E insieme al suo corpo, quelli di altri uomini, di altre donne, in isolamenti e vuoti, spazi neutri che parlano in termini di pulizia chirurgica, in odore di disinfettante ospedaliero e che passano dallo sfondo alle rosee rotondità o magrezze portandosi dietro un'essenzialità che riserva tutta l'attenzione alle questioni esistenziali, allo stupore per le funzioni vitali e al disagio della costrizione fisica, nel rebus epidermico e venoso, dei tessuti, dei muscoli più che dello scheletro portante.
Sono visioni di mani che ingigantiscono, gambe che scompaiono in scie vischiose, applicazioni di protesi e fuoriuscite d'organi che sussistono, galleggiano in un'atmosfera satura, come strumenti di durata, componenti strutturali. Sono lucide allucinazioni cui non ci si può sottrarre.
Ma quest'uomo che è quasi soltanto carne, passibile di una mortalità insignificante come pollame da macello, assiste nel suo percorso al grande mistero della procreazione, si disperde in altre carni, si moltiplica e stupisce di essere se stesso nei propri figli, nuovi corpi rosei e innocenti in bilico in questo mondo asettico, troppo illuminato, impossibile e sorprendente sin dal primo respiro artificiale, violento come le immagini che l'artista condensa dentro i piccoli supporti a potenziare i forti contenuti, brutale come l'assenza di contesto che esclude ogni banalità delle composizioni, possente come la sapienza pittorica con cui sono rese queste carni illuminate, questa implacabile analisi dell'esistenza.


Marta Silenzi






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